Alternative per il Socialismo

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    di Redazione

    ~ 05/11/08

    “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”
    Antonio Gramsci


    Anticapitalismo: l’occasione per rigenerare la democrazia

    La crisi profonda delle società democratiche vive sotto i nostri occhi con la violenza di un accadimento ineluttabile e, almeno in apparenza, irreversibile. La democrazia del XXI secolo, svuotata di ogni suo valore, è ridotta ad essere nient’altro che un contenitore di poteri economico-finanziari. Si produce così una nuova aberrante dialettica, dove predomina una contrapposizione verticale (Alto/Basso) dei blocchi sociali.

    Le ragioni che possono spiegare le cause di questo decadimento sono essenzialmente due: 1) il crollo delle ideologie di liberazione, e con esse il crollo in politica di un’alternativa di società fondata sulla critica al sistema di produzione capitalista; 2) il primato della “critica postmoderna” che ha favorito il restringimento degli spazi di partecipazione collettiva e la rarefazione dei grandi protagonisti del Novecento quali il partito, il sindacato e la cooperazione. Quel che si è determinato è stato un rovesciamento radicale dei rapporti di forza rispetto al ciclo precedente dell’ascesa del proletariato. Lungo tutto il Novecento il conflitto di classe avevano definito la politica e ne aveva caratterizzato il profilo legislativo. Si pensi, in Italia, allo Statuto dei diritti dei lavoratori e più ampiamente a tutta una lunga e inedita legislazione sociale per le classi subalterne. In alcune realtà europee il contratto di lavoro nazionale si configurava non solo come un fattore di identità collettiva, ma più profondamente come una prima esperienza di allargamento della democrazia. Se si osserva il ciclo successivo a questo, non si può non riscontare un inedito, quanto radicale capovolgimento. Il lavoro (e con esso i suoi protagonisti) da elemento nevralgico è stato ridotto ad un elemento subalterno del sistema economico.

    La violenza del nuovo capitalismo, totalizzante e globalizzato, consiste nella riduzione del lavoro a merce e nella colonizzazione della mente, del corpo e di ogni aspetto della vita. Nella società capitalistica, il lavoro è sempre stato luogo di alienazione e al contempo luogo di lotta per l’emancipazione. Ma quando il carico propulsivo della lotta soccombe (non senza implicazioni conseguenti la scomparsa dei grandi protagonisti politici delle lotte sociali e di classe), allora persiste un’unica dimensione, quella dello sfruttamento. Possiamo così registrare: un aumento esponenziale del tasso disoccupazione (con un preoccupante ritorno all’emigrazione); una diffusione capillare della precarietà; un abbrutimento delle condizioni di lavoro la cui conseguenza estrema sono le morti bianche; più in generale un aumento delle patologie legate all’insalubrità del lavoro. Il segno che contraddistingue il nuovo ciclo capitalista, e caratterizza la crisi profonda che attraversa largamente la politica e le società democratiche, è lo smantellamento di legami sociali: la solitudine e l’isolamento, cui va aggiunta la scomparsa di soggettività politiche autonome, sono elementi cardine di questa nuova e tremenda fase storica del sistema di produttività esistente.

    Il predominio assoluto del profitto e della finanzia creativa (che oggi mostra le sue mostruose implicazioni), sono la radice di questo diffuso e capillare avvelenamento che ammala i circuiti virtuosi della democraticità applicata. Impotenti e incerti, assistiamo al passaggio da un sistema democratico imperfetto ad un sistema a-democratico, cioè ad un sistema che interpreta la democrazia come una variabile dipendente. Possiamo così riconoscere che la distanza sempre più abissale tra la “base” e il “vertice” determina un distacco significativo che, se da un lato indebolisce la sovranità popolare, dall’altra accresce il potere mediatico inteso come cristallizzazione estrema del populismo dominante. Rifondare oggi la democrazia significa ricostruire un’ipotesi alternativa alla società delle destre, che trova pieno identificazione con la barbarie del capitalismo. Oggi più di prima la svolta anticapitalista occorre e concorre necessariamente allo svilupparsi di una nuova “rete” di relazioni e prospettive nell’ambito di una rigenerazione democratica.


    Riconquista degli spazi di partecipazione: democrazia diretta

    La degenerazione politica ed Istituzionale dell’Italia, la quale vede dall’inizio degli anni ’90 quel culmine che continua ad accrescersi senza limite, è arrivata a determinare oggi, agli inizi del XXI secolo, una democrazia svuotata di senso, avendo raggiunto l’estromissione dei cittadini dalle scelte politiche.

    Si è assistito alla progressiva monopolizzazione della vita politica da parte dei partiti, le cui forme degenerate sono divenute, di fatto, le uniche attrici delle scelte riguardanti la collettività.

    Grandi temi etici, economici, umani sono stati ridotti alle opinioni di opposti gruppi parlamentari, al punto che le sole idee possibili su di essi potessero venire da quale senatore di destra o da quel deputato di sinistra, senza che avessero modo di svilupparsi in un serio dibattito democratico nella società civile, e questo ha trasformato il Paese in un’unica grande provincia arretrata dell’Europa contemporanea du questioni come la fecondazione assistita, l’aborto, la laicità dello Stato, lo stravolgimento del clima ecc.

    L’egemonia dei partiti degenerati sui mezzi d’informazione, la quale ha reso questi ultimi l’immagine plastica della cultura da essi rappresentata, ha avuto un ruolo chiave nel manipolare e nel distogliere i cittadini dai problemi reali del Paese, provocando, in maniera tanto silenziosa quanto insidiosa, la sostituzione dei valori civili della Costituzione con i disvalori del consumismo.

    Il popolo italiano esercita la propria sovranità in contumacia, mediante la delega ala parlamento che si traduce in una “rappresentanza assente”, spesso forzata, vista l’impossibilità di esercitare una forma di controllo diretto sui deputati o anche soltanto di esprimere il voto di preferenza. Tale degenerazione della democrazia, tuttavia, non può ritenersi casuale o attribuibile alla chiusura delle classi dirigenti dovuta ad interessi personalistici e non di rado baronali; ci si trova bensì di fronte ad un’involuzione la quale scaturisce necessariamente dal concetto di “rappresentanza” del potere così come esso si è consolidato in Italia.

    L’urgenza è quindi quella di tornare ai primordi: “politica” intesa come servizio dei singoli alla società, “democrazia” intesa come partecipazione diretta delle masse alle scelte che cambiano la vita della comunità. Tale concezione implica e presuppone che i singoli siano dotati degli strumenti culturali necessari all’analisi critica delle scelte della politica. L’obiettivo, nel lungo termine, è quello di sostituire al principio di delega il principio di interazione, in modo tale che le Istituzioni producano se stesse quali diretta espressione del popolo.


    Questione Culturale, scuola, università

    In Italia è aperta una vera e propria Questione Culturale. È oltremodo evidente che il Modello Televisivo, con tutti i valori che produce, impera incontrastato sulle coscienze individuali e, come avvertiva Pier Paolo Pasolini già nel 1973, ha svilito la ricchezza culturale delle singole realtà locali in virtù dell’omologazione ai principi del consumismo. Stiamo assistendo alla morte del cittadino inteso come coscienza che fa politica e produce cultura, schiacciato dal peso di un grasso consumatore che ha solo appetito per gli oggetti di cui lo circonda la grande produzione e delega il ruolo di attore della cultura al “medium” di massa, il quale diventa, in questo modo, un “nucleum”, giacché assurge ad ideatore di costumi, modelli, valori e idee, omologanti per definizione poiché provengono da un’unica coscienza, la quale, in ultima analisi, è quella del Capitale.

    La salvaguardia della scuola statale, pubblica e di massa, e con essa l’università, preservandone l’indipendenza culturale da qualsiasi ingerenza economica o ideologica, è un dato imprescindibile. Libero ed incondizionato accesso ai saperi, garantito per tutti gli uomini e le donne dallo Stato come diritto inviolabile, a cominciare da primi anni di scuola fino ai massimi gradi dell’istruzione, è uno dei perni centrali sui cui fonderemo la nostra lotta.

    È fondamentale che lo Stato fornisca attrezzature culturali, artistiche, sportive, rigorosamente pubbliche, ove il cittadino possa sviluppare ed esprimere le sue passioni in libertà e insieme agli altri, nei quartieri delle grandi città e nei piccoli centri.

    Perseguiamo una meritocrazia che si fondi anzitutto sulle pari opportunità per tutti all’accesso e sulla premiazione del merito dei singoli lungo il percorso formativo e lavorativo senza però trascurare episodi di solidarietà a sostegno di chi ne necessita.

    Siamo convinti che una grande rivoluzione culturale passerà attraverso il passaggio all’univocità degli attuali mezzi di comunicazione all’interattività della rete, ma anche che ciò da solo non sia sufficiente.

    Bisogna riscoprire l’aspetto sociale della cultura, che nasce e si sviluppa nei rapporti umani, nello stare insieme per condividere idee, informazioni, anche lo svago, in opposizione all’individualismo del possesso imposto dalla grande produzione.

    Lavoro

    Il lavoro è l’attività umana per eccellenza. Mediante esso gli uomini interagiscono con la realtà circostante e fra di loro, esprimendo se stessi e le proprie capacità nel prodotto del lavoro, il cui scambio determina l’economia reale. Il lavoro umano, pertanto, non ha rezzo, perché “prezzarlo” equivaler ebbe a “prezzare” la vita stessa di un uomo e di una donna. Per tale forte convinzione, la quale ci sembra doveroso ribadire anche se teorica e probabilmente ideologica, affermiamo senza eccezioni e senza disponibilità ad alcun compromesso, che il lavoro deve essere a tempo indeterminato, degnamente retribuito, sicuro per l’incolumità del lavoratore, parte di un progetto di vita e non mera manodopera che le aziende calcolano come un osto di mercato al pari di na materia prima inanimata.

    In questo ambito, le nostre battaglie verteranno principalmente sui seguenti punti:

    • lotta alla disoccupazione;
    • lotta al precariato;
    • lotta allo sfruttamento, con particolare attenzione allo schiavismo dei cittadini stranieri;
    • lotta per il reinserimento nella società di cittadini con precedenti penali;
    • lotta per la sicurezza sui luoghi di lavoro.

    La sicurezza del lavoro merita un’attenzione particolare. Il bilancio annuale dei morti sul lavoro in Italia è in media di 1200 morti: la guerra in Iraq, dal 2003 ad oggi, conta circa 4200 morti, che in media sono 840 all’anno. A ciò si aggiunge che un muratore, differenza d’un militare, spesso lavora in nero per un miserabile salario, sotto i costante ricatto del licenziamento. Il ricatto è reso possibile grazie al fatto che 4,5 milioni di famiglie in Italia vivono sotto la soglia della povertà, andando a costituire una enorme classe sociale adoperabile ai fini dello sfruttamento padronale ed un enorme bacino di manodopera per il rimpiazzo dei lavoratore scomodi. Giacché ripudiamo l’idea che bisognerebbe assumere più militari e partecipare ad un numero maggiore di guerre, per risolvere la piaga delle “morti bianche”, e giacché la legislazione italiana in materia di sicurezza tra le più avanzate d’Europa, si fa necessario istituire una serie di organi i quali vigilino sull’applicazione
    delle prescrizioni di legge, ed all’occorrenza sanzionino quegli imprenditori i quali non ottemperino ad esse.

    Bisogna porre fine alle vergognose campagne pubblicitarie condotte sui media, le quali invitano i lavoratori a stare attenti, a prendersi cura di sé e dei propri colleghi, a rispettare tutte le norme e le precauzioni contro gli infortuni. Attraverso tali campagne, infatti, il cui scopo dichiarato è di responsabilizzare i lavoratori, si tende ad instaurare nell’opinione pubblica l’idea che un operaio il quale subisca un infortunio o perda la vita sul luogo di lavoro abbia la principale responsabilità dell’accaduto, sollevando moralmente il datore di lavoro, che è per legge tenuto a rispondere dell’applicazione delle normative sulla sicurezza, da ogni possibile colpa.

    Beni comuni

    Nell’ambito della difesa dei beni comuni, siamo convinti che la sanità, l’acqua potabile, la mobilità, la connettività, siano un diritto di tutti gli esseri umani e pertanto non debbano essere soggetti alle leggi del mercato, ma ad una tutela diretta o mediante enti municipalizzati da parte dello Stato.

    Ci impegneremo, con i numerosi comitati e associazioni esistenti, nella lotta affinché l’acqua resti pubblica, a basso prezzo, e ci faremo promotori di politiche di risparmio e corretto utilizzo di questo preziosissimo bene che lo sviluppo industriale selvaggio e politiche ambientali disastrose hanno reso sempre più raro.

    Ci batteremo affinché la mobilità pubblica e il trasporto di massa vengano migliorati ed incentivati, con sconti per le fasce economicamente più deboli e per gli studenti.

    Lotteremo per un Sistema Sanitario Nazionale pubblico, d’eccellenza ed accessibile a tutti i cittadini, anche migranti, opponendoci ad ogni logica privatista, rivolta a fare della salute delle persone una merce.

    Lotteremo perché tutti i cittadini abbiano diritto alla comunicazione ed accesso ad internet.

    Lavoreremo per valorizzare circuiti economici locali.

    La sinistra del XXI secolo

    Lo scenario della crisi finanziaria internazionale; la comparsa, a livello nazionale e mondiale, dell’emergenza sicurezza spesso dettata da strumentalizzazioni politiche più che da reali circostanze di pericolo per l’incolumità dei cittadini; le dinamiche precarizzanti e sfruttatrici del lavoro imposte dai grandi gruppi economici, i quali tengono in scacco i governi, hanno determinato una preoccupante ascesa delle destre. Che l’emergenza siano reali o meno, ogni qual volta si sente aria di crisi i cittadini fanno coincidere l’autorevolezza necessaria a risolvere i problemi con l’autorità e il decisionismo delle forze reazionarie che si annidano nei partiti di destra.

    Tali circostanze sono soprattutto la spia accesa di un grande vuoto che le sinistre, in particolar modo in Italia, non sono state finora in grado di colmare. Negli ultimi anni, le forze politiche di sinistra non hanno saputo costruire un progetto politico forte di un’idea di società che avesse alla base una percezione comune nel sentire i problemi reali, tentando di dare risposte fondate su valori storici. Spesso, al contrario, hanno sottostato a quel modello di politica distante dal popolo, dove le decisioni e i metodi, spesso anacronistici ed élitari, vengono presi nelle segreterie di partito, senza guardare a quelle classi sociali che hanno da sempre costituito la base e il serbatoio energetico della sinistra. La sconfitta elettorale del 2008 è stata la spiacevole conseguenza di decenni di incapacità interpretative, di scissioni, di liti per conquistare spazi di autorevolezza. L’operazione da ceto politico per cui un contenitore puramente elettorale debba genericamente inserire tutta la sinistra che c’è sul panorama partitico, acriticamente e in modo frettoloso, è un modello fallito in partenza. Dopo il disastro della Sinistra Arcobaleno non si è ancora assistito, salvo alcune eccezioni, ad una seria presa di coscienza della situazione e ad un tentativo di rifondare anzitutto quella cultura che è stata da sempre la spinta propulsiva della sinistra. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di parole e linguaggi inediti che sappiano confrontarsi con la nuova epoca senza rinnegare il passato, ma facendo di esso un punto imprescindibile di partenza proprio per ricostruire un’identità forte e trasversale. Bisogna avere il coraggio di fare un salto nel buio: rifondare una soggettività politica con valori ed idee chiari. Restituendo sovranità alla base, si dovrà intraprendere un cammino ricco di difficoltà ed ostacoli, ma non per questo impossibile. Per troppi anni, la sinistra ha speso male le proprie risorse coltivando falsi miti e certezze vaghe. Qualunque siano le scelte, è bene che queste nascano dal confronto e dal dialogo come esplicita testimonianza di una volontà condivisa che travalichi maggioranze e minoranze. La mortificazione del lavoro, il potere ingombrante di Confidustria, le bende ideologiche del Vaticano, la distruzione dell’ambiente con scelte governative irresponsabili, l’impoverimento di massa e la degenerazione democratica sono solo alcuni degli argomenti nevralgici che a sinistra devono trovare un significato. Se il bipartitismo, senza una sinistra forte, degenera in un’assunzione del tecnicismo come unica espressione politica, il nostro compito, dal basso, dovrà essere quello di ridefinire il conflitto sociale come strumento che permetta alle fasce svantaggiate e subalterni di affermare la propria esistenza e la propria voglia di cambiamento, riequilibrando gli scenari istituzionali appiattiti in una cultura identica ed omologante.

    Alternative per il socialismo vuole essere un contributo per questa indispensabile rinascita, uno dei tanti tasselli di quel grande progetto che un partito della sinistra potrebbe e dovrebbe rappresentare; e si farà pertanto promotore di un processo politico rifondante. La sinistra del XXI secolo sarà realmente forte e alternativa alle destre e al bipartitismo solo se guarderà alla compattezza piuttosto che alle lacerazioni, all’unità piuttosto che ai personalismi sterili. Una sinistra che sappia parlare con quell’unità e quell’indipendenza che mancano ormai da troppi anni.

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