di Michele Di Mauro
~ 26/09/08
Alternative per il Socialismo organizza un’assemblea universitaria dal titolo “L’università è nostra” il 17 ottobre, alle ore 15 presso la Facoltà di Scienze Politiche della Federico II, in via Rodinò 30 – Napoli. L’assemblea è aperta a tutti.
Il tema centrale sarà quello del numero chiuso, una vera e propria emergenza democratica e liberticida nell’Italia dei tagli di fondi e dei licenziamenti. La nostra attenzione spazierà inoltre dalla carenza di strutture e alla meritocrazia. Ribadiremo la nostra opposizione alla privatizzazione dell’università. Sarà in collegamento da Torino anche il dott. Massimo Citro, medico e ricercatore che si è sottoposto al quiz d’ammissione ed è stato bocciato.
Ribadiremo che non esiste alcuna normativa europea la quale preveda il numero chiuso. La norma, in virtù della quale il Ministero dell’Università e della Ricerca difende questo criterio, indica soltanto la necessità di una formazione altamente specifica e del tirocinio, per i laureandi nelle scienze mediche ed odontoiatriche. Tant’è vero che l’Italia è l’unico paese d’Europa il quale fissa un tetto massimo di iscrizioni per la metà dei corsi di laurea attivi sul territorio nazionale. Lo fa violando gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione. Lo fa richiedendo ai cittadini di adattarsi alla carenza di strutture, e non risolvendo la carenza di strutture a favore dei cittadini.
Maggiori dettagli nella sezione “Appuntamenti” di questo blog.
di Redazione
~ 19/09/08
Pubblichiamo di seguito, senza che sia necessario aggiungere altro, un video del Presidente Sandro Pertini.
di Michele Di Mauro
~ 13/09/08

In un paese civile, consapevole della propria storia, forte della propria memoria, dichiarazioni della portata di quelle del ministro della difesa Ignazio La Russa e del sindaco di Roma Gianni Alemanno, avrebbero scatenato una bufera che avrebbe aperto una profonda crisi di governo. La gente sarebbe scesa per le piazze e avrebbe chiesto unanime le dimissioni del sindaco e del ministro.
In Italia, un paese dalla storia controversa, e la cui memoria facilmente si azzera con un talk-show accattone, si può inneggiare al fascismo e ai suoi sostenitori con il disinvolto revisionismo proprio di chi sa di non dover rendere conto a nessuno: in pieno stile, per l’appunto, fascista. Non c’è da stupirsi, come scriveva sul Manifesto Marco Revelli, all’indomani delle dichiarazioni di La Russa ed Alemanno in occasione della celebrazione per l’anniversario della difesa di Roma, l’8 settembre, che certa gente, sempre dichiaratasi fascista e nostalgica del manganello e dell’olio di ricino, e che abbia cominciato la propria carriera facendo comizi sotto l’immagine del duce, oggi, al governo, si permetta simili affermazioni.
Il nostro stupore deve invece manifestarsi, forte, dinnanzi al silenzio spaventoso degli italiani. Bisogna stupirsi per non abituarsi al silenzio; per non approvare, indirettamente, la filosofia del “che ci posso fare?”.
La Repubblica Italiana è strutturalmente antifascista, perché fondata su una Costituzione democratica concepita da forze politiche opposte al fascismo, e pertanto estranea ad ogni logica propria del regime fascista.
Non si può essere democratici, credere nella libertà d’espressione, nella libera affermazione della persona umana, in sostanza orgogliosi della nostra Costituzione, e contemporanemeamente provare nostalgie per la dittatura del manganello e dell’olio di ricino.
L’antifascismo non è un valore umano, e gli uomini, fascisti o democratici che siano, da morti meritano rispetto, considerato che in ogni caso a piangere per un morto sono sempre e solo i suoi cari.
L’antifascismo è però un valore politico: ricordare i caduti per la libertà di noi tutti vuol dire fare memoria delle proprie origni, coltivare in se stessi quelle idee nelle quali affondano le radici della nostra comunità. Allo stesso modo, celebrare i caduti nella lotta contro la libertà non può che coltivare quelle idee che hanno portato dolore e sofferenza nella nostra storia.
I “Fascisti” opposti a “democratici” e non a “comunisti”, perché nell’Italia repubblicana il Comunismo si è sempre sviluppato ed espresso secondo le regole della democrazia parlamentare, al contrario del Fascismo, che ha calpestato la democrazia e i suoi valori.
Il Fascismo è sinonimo di dittatura, di guerra, di razzismo, degli anni più bui dell’Italia.
Il Fascismo è antidemocratico perché la Democrazia è antifascista. Alternative per il Socialismo è un movimento che tra i suoi valori ha l’antifascismo, perché difende la democrazia ed ogni forma di libertà umana e civile.
di Michele Di Mauro
~ 08/09/08
In Italia l’università e la scuola vanno alla deriva. Alle biblioteche di quartiere e a strutture ricreative polifunzionali pubbliche gli amministratori locali perferiscono l’asfalto e i complessi residenziali. I libri costano quanto un mutuo e a fotocopiarli si rischiano multe salate, per non parlare delle spese per la mobilità pubblica, costosa e insufficiente. Una fetta non poco significativa degli insegnanti di scuola superiore, quella che dovrebbe preparare ad affrontare l’univeristà, non potrebbe nemmeno lavorare al mercato ortofrutticolo, tante sono le loro lacune e la loro poca passione per il lavoro che svolgono. L’università è occupata di peso dai baroni e dai loro pupilli, i quali insieme ad una serie di sciagurate riforme, parlizzano quella che potrebbe essere una fucina di energie sane e modernizzatrici. A completare il “capolavoro”, si sono aggiunti alcuni provvedimenti governativi quali quello del ripristino degli esami di riparazione e della non ammissione agli esami di stato, che avrebbero potuto essere risolutivi in un quadro già positivo, ma che, nel contesto italiano, si limitano a penalizzare gli studenti in difficoltà senza inficiare minimamente le cause delle loro carenze.
La “disattenzione culturale” dei governi, come l’ha definita il senatore Pancho Pardi, oggi più che mai è un’emergenza. Si commette un grande errore quando, nell’identificare i problemi dell’Italia, si pone l’accento sulla crisi del lavoro e dell’economia, dimenticandosi della Questione Culturale.
Stiamo di nuovo assistendo alle scene di una società in cui i figli di famiglia benestante possono avere accesso agli studi con tranquillità, e dove i figli degli operiai (e sempre più spesso degli impiegati) sono costretti a riversarsi nel mondo del lavoro senza poter ambire ai più alti livelli dell’istruzione, se non con sacrifici enormi che spesso minano la serenità dei giovani e dei loro genitori. Sembra quasi surreale che in un paese della moderna Europa, la vedova di un operaio senza eredità, con figli all’università, sia costretta a dir loro “bisogna che andiate a lavorare per portare avanti la casa”. Eppure è una cosa comune nell’Italietta delle ministre veline (non esagero io a dirlo, ma chi le fa ministre) e dei leghisti della bassa padana.
La cultura e l’istruzione sono considerati investimenti a perdere da chi ci governa. E soprattutto, non galvanizzano le folle in campagna elettorale, non quanto l’ “abolizione dell’ICI” e l’assalto ai romeni. Fatto salvo ovviamente qualche provvedimento assolutamente inutile, ma che fa effetto sui titoli dei telegiornali e crea un po’ di consenso, come l’istituzione dell’esame di riparazione, che serve solo a far arricchire gli insegnanti privati (per mano di chi se li può permettere). Se non ci saranno investimenti seri e progetti governativi a lungo termine sulla scuola e l’università, e soprattutto volti a creare un serio mercato del lavoro, l’Italia diventerà un paese di operatrici di call center e paninari part-time di McDonald’s. Questo è già il futuro che attende i nostri laureati che scelgono di restare in Italia, dove il mercato del lavoro non è affatto disastrato: semplicemente non esiste.
In compenso c’è il numero chiuso che fa un po’ di meritocrazia. Mi verrebbe da chiedere a chi l’ha inventato: ma dov’eri quando dovevi attuare la meritocrazia nei miei tredici anni di scuola appena trascorsi? In due ore, con un improponibile quiz a risposta multipla, che offende la cultura, ti ricordi di essere meritocratico? Che razza di paese è questo? Un po’ di serietà c’è rimasta?
In Italia è il merito ad essere a numero chiuso, non l’università.
di Francesco Donzelli - Presidente Alternative per il socialismo
~ 07/09/08
La crisi della moralità delle Istituzioni democratiche diventa palese non solo quando un governo approva leggi che non riguardano gli interessi collettivi (vedi lodo Alfano), ma soprattutto quando una legge viene pubblicamente denigrata dai suoi stessi autori. Dopo aver definito la sua legge elettorale una “porcata pensata per non far vincere il centro-sinistra” (dichiarazione che in un altro paese avrebbe suscitato non pochi dubbi), oggi Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione Normativa, ha definito la sua proposta di legge sulla riforma federalista “scarabocchi di luglio” (la Repubblica, 6 settembre). Ma ora sembra che quegli “scarabocchi”, come li chiama il Ministro leghista, stiano per ridisegnare (e in modo alquanto inedito) la trama istituzionale e fiscale dell’Italia. Pur presentando rimasugli di uno stato centralista con il mantenimento dei prefetti, la “rivoluzione federalista” è il compimento di un lungo lavoro ideologico che nasce col massimalismo Padano e diventa finalmente, dopo cinque legislature berlusconiane, disegno di legge. Una legge pensata non tanto a vantaggio del Nord produttivo, quanto piuttosto a svantaggio del Sud sottosviluppato. Assistiamo così, con impotenza e con preoccupazione, ad un capovolgimento radicale della realtà. La grande occasione del Sud, si è sempre detto, erano i corposi finanziamenti che lo Stato investiva per incentivare la crescita del Mezzogiorno d’Italia. E qualcosa, nonostante tutto e pur sempre tra luci ed ombre, è stato fatto. Qualcosa che ha risollevato, anche se di poco, le sorti di migliaia di persone ultrasvantaggiate che non avevano alcuna alternative se non la camorra. Di sicuro dobbiamo denunciare che la classe dirigente locale non ha saputo (o non ha voluto) lavorare in continuità migliorativa con quel poco che è stato fatto. Ma da qui a sostenere che la nuova occasione del Sud consiste nel non avere più finanziamenti al fine di responsabilizzare al buon governo le Regioni, c’è un abisso sconcertante.
Il federalismo fiscale (guardando al di là della confusione che suscita la possibile reintroduzione dell’Ici, indispensabile per il finanziamento della riforma) è il dramma dove si consuma l’ultimo atto di una sofferenza antica. Per noi del Sud è l’inizio della fine. E i dati parlano da soli. Rispetto ad un saldo negativo dei comuni del Nord, i comuni del Sud registrano perdite impressionanti: per la Campania un saldo negativo pari a 2 milioni 723 mila euro; in Puglia la differenza tra entrate proprie e spesa corrente è di 2 milioni 518 mila euro. Anche in Basilicata, poi, le difficoltà dei comuni sono notevoli nel far quadrare i bilanci. In media ciascun comune lucano ha un saldo negativo tra entrate tributarie e spese correnti di un milione 301 mila euro. Mentre in Calabria si arriva a quota 1 milione 188 mila. ”Il federalismo fiscale – ha dichiarato il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi – rischia di far collassare i comuni del Sud del Paese. La maggiore autonomia finanziaria annunciata dal ministro Calderoli sarà difficilmente sostenibile dalle amministrazioni locali, in particolare da quelle del Mezzogiorno”. Questo scenario pone l’accento su una questione delicatissima: come prevenire gli effetti negativi che produrrà la riduzione di risorse in regioni come la Campania considerando che un terzo del PIL è rappresentato dalla spesa pubblica?
Con l’approvazione del federalismo leghista vince una pericolosa ideologia antimeridionalista. Saremo più deboli e senza risorse. Quel poco che è stato fatto sul welfare, sulla lotta alla disoccupazione, sul sistema sanitario, sulle attività produttive, sul turismo e sull’ambiente ora tramonterà definitivamente. Quale futuro ci attende?
di Francesco Donzelli - Presidente Alternative per il socialismo
~ 05/09/08
Nonostante le polemiche, anche quest’anno si sono “regolarmente” svolti i test d’ingresso per l’accesso alle facoltà a numero chiuso. Anche quest’anno, migliaia di ragazzi si sono sottoposti (con rammarico e con rassegnazione) al ballottaggio del loro futuro mediante un test selettivo privo di qualsiasi presupposto meritocratico, anti-costituzionale e decisamente discriminante sotto il profilo sociale. Noi di Alternative per il socialismo eravamo a Monte Sant’Angelo, in via Cintia a Fuorigrotta, dove si svolgevano i test per l’ammissione a Medicina e Chirurgia. Allestendo un santuario funebre con candele e manifesti, celebravamo “la morte del diritto allo studio” salvo la possibile eccezione di “trasferirsi a Ceppaloni” per diventare un medico se non bravo, di sicuro con le giuste conoscenze.
Il numero chiuso, che smentisce nella sostanza il monito costituzionale del diritto allo studio, è uno strumento che alimenta una spietata barbarie sociale generando regressioni preoccupanti. Ancora una volta si determina la dialettica Alto-Basso. È corretto dire, allo stato attuale, che il figlio del medico, che può fare appoggio su privilegi di famiglia, segue il padre nella continuazione della professione, mentre il figlio del dipendete, armato solo della sua volontà, è costretto a ripetere il test fino a quando, molte delle volte, rassegnato cambia facoltà. È sembra ben poco convincente la nostra classe dirigente quando si nasconde dietro l’alibi della carenza di strutture. In un paese democratico, quando mancano le strutture si investe in esse piuttosto che spendere i soldi nel finanziamento di guerre o per il pagamento del debito pubblico (truffa globale a danno dei popoli). Ma non trascuriamo problemi anche più semplici, più a portata di mano. Non dimentichiamo tutti quei vecchi baroni dell’università che non disdegnano di andare in vacanza in Europa con tutta la famiglia a spese dell’Ateneo. Soldi sottratti ai ricercatori precari e all’investimento in nuove strutture che potrebbero subentrare alternativamente al numero chiuso.
La nostra battaglia per il libero accesso ai saperi si fa sempre più aspra e pressante. Soprattutto dopo che le nostre telecamere hanno ripreso un fatto non penalmente rilevante, ma che merita attenzione. Al termine della prova d’ammissione i plichi contenenti i test, che devono essere poi trasportati al CINECA, vengono caricati nelle auto private del personale universitario. Dopo gli scandali dell’anno scorso (di quella ragazza che trovò venti domande in più alle quali non aveva risposto abbassando il suo punteggio in graduatoria, ad esempio) è legittimo avanzare qualche perplessità.

