di AlessioViscardi
~ 20/07/09
Salvatore Borsellino è in piazza con i cittadini e l’associazione Addio Pizzo. Chiedono la verità sulle stragi di stato, tra cui quella che spezzò la vita dell’eroe Paolo Borsellino. La strage di Via D’Amelio, il secondo attentato di Cosa Nostra allo Stato dopo la strage di Capaci.
Ma è stata davvero la Mafia? Riina è in carcere e sconta la pena per i suoi omicidi. Ma la Mafia è ancora forte. Provenzano è stato preso, gli uomini di Denaro sono dietro le sbarre. Eppure, la Mafia è ancora forte.
Era proprio Borsellino a sostenere che la Mafia e lo Stato non sono in lotta tra loro. Sono la stessa cosa. In questi giorni la verità sta venendo a galla, per questo le Televisioni dello Stato Maggiore non ne danno notizia.
Il papello di Riina conteneva le richieste della Mafia allo Stato per far cessare le stragi. Ora Mancino – allora Ministro – giura che “Lo Stato disse no al patto con Cosa Nostra”. Ma Riina insiste che furono i Servizi Segreti ad ammazzare Falcone e Borsellino.
Il patto tra Cosa Nostra e lo Stato non ci fu, perché divennero una sola cosa. Ora Riina sta parlando per mandare dei messaggi ai suoi uomini. Ma di chi parla? Riina parla dei servizi segreti. Vorremmo chiedere al pm Ingroia – che dichiara: “Il capo mafia usa canali pubblici per mandare messaggi ad altri” – chi siano gli altri? Non uomini di Cosa Nostra, ma uomini dello Stato.
Borsellino aveva con sé una agenda rossa, che non è mai stata ritrovata. Dentro, le prove della corruzione dello Stato. Le prove della collusione con la Mafia. Gioacchino Genchi, che si occupò delle indagini con il pool anti-mafia, afferma che le stragi furono compiute da Cosa Nostra in combutta con esponenti dello Stato. Ecco come andarono le cose.
Il 19 luglio del 1992 a Villa Igea – albergo sontuoso di Palermo – c’erano i mandanti esterni dell’omicidio di Borsellino. Lì c’erano membri dello stato. Il cellulare clonato di una donna napoletana chiamò i carnefici di Villagrazia di Carini, che pedinavano Borsellino. Il giudice partì proprio da lì, diretto da sua madre.
Dallo stesso cellulare, partirono chiamate verso Palermo. A rispondere, altri mafiosi. Quando la bomba esplose e di Borsellino rimasero soltanto frattaglie sparse per strada, una chiama a Villa Igea. Una chiamate per confermare la morte del “nemico”.
Fuori la casa della madre di Borsellino non c’erano transenne. Tutto fu ordito per farlo morire. “Forse saranno mafiosi quelli che mi uccideranno, ma ad ordinare la mia morte sarà stato qualcun’altro” – questo diceva Borsellino. Quel “qualcuno” stava a Villa Igea.
Chi coinvolge i servizi segreti? È il pentito Francesco Di Carlo. Ma il suo racconto trova conferme processuali, come ricorda La Repubblica:
Mafia e servizi, ci sono impronte dappertutto. Di chi era quel numero di telefono trovato sul bigliettino di carta recuperato a qualche metro da dove Giovanni Brusca fece esplodere l’autostrada a Capaci? Era di L. N., il capo del Sisde a Palermo. “Era un appunto sulla riparazione di un cellulare Nec P 300 che qualcuno dei miei uomini deve avere perso durante il sopralluogo”, ha risposto L. N. Fine della deposizione e fine delle indagini. C’è solo un particolare da ricordare: cellulari di quel tipo – Nec P 300 – sono stati trovati qualche tempo dopo nel covo di via Ughetti, la casa dove si nascondevano i macellai di Capaci e parlavano – ascoltati dalle microspie – “dell’attentatuni” che avevano preparato.
Falcone e Borsellino erano scomodi per la Mafia, ma erano ancor più scomodi per lo Stato che con la Mafia aveva rapporti strettissimi. Andreotti incontrava (e forse baciava sulla bocca) Riina, Vito Ciancimino era sindaco di Palermo e Salvo Lima faceva da ponte tra Dc e Mafia.
La DC stava affondando, la mafia dei fratelli Salvo era in crisi e i Corleonesi volevano dettare legge. C’era bisogno di un nuovo patto, e bisognava scriverlo col sangue.
Basta leggere questo articolo di Travaglio. Non a caso Provenzano barattò la cattura di Riina con l’abolizione del 41bis. Non a caso, dopo le stragi, tutto tornò nel silenzio. Nel silenzio istituzionale, soprattutto. Non a caso, il nuovo ponte tra Mafia e Stato divenne il nuovo partito che – proprio in Sicilia – veniva fondato a gran velocità da Dell’Utri: Forza Italia.
Non a caso, lo stesso sindaco mafioso Ciancimino che aveva consegnato il papello di richieste allo Stato consegna tre lettere di richieste a Berlusconi. Lettere della Mafia, scritte da Provenzano. Tre lettere, l’ultima delle quali quando Berlusconi è già “onorevole”.
La richiesta è mettere a disposizione una delle sue reti a Cosa Nostra. In cambio, un fortissimo appoggio elettorale. Altrimenti, come dichiara un’intercettazione di Berlusconi, la testa di Piersilvio sarebbe stata recapitata a casa del suo Papi.
Oggi sappiamo che Falcone furono uccisi da Mafiosi mandati da membri dello Stato. E lo sappiamo perché, nel processo a Dell’Utri per associazione mafiosa, sono spuntate delle carte. Carte come la lettera a Berlusconi ed il famigerato “papello”. In primo grado, il vice di Berlusconi è stato condannato a nove anni per associazione mafiosa. Lui faceva da tramite tra il Cavalliere e Ciancimino. Una catena di potere da Provenzano al Primo Ministro italiano.
Oggi parlare di Mafia non ha più senso. Ogni tanto i criminali ammazzano qualche consigliere provinciale, ma la vera Mafia è oggi al potere e le sue mani grondano del sangue di Falcone, Borsellino e di tutti gli innocenti morti a Firenze, Roma, Milano…


Borsellino: la verità sulle Stragi di Stato…
Borsellino aveva con sé una agenda rossa, che non è mai stata ritrovata. Dentro, le prove della corruzione dello Stato. Le prove della collusione con la Mafia. Gioacchino Genchi, che si occupò delle indagini con il pool anti-mafia, afferma che le st…
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